Quando abbiamo parlato con Alessandra di formazione MPBS, ovvero il nuovo progetto, lo scanner visivo si è fermato proprio su di lei: come si presenta al pubblico Marco Simonit.
Sono cresciuto in una famiglia di contadini con i nonni materni, orfano di padre molto presto. Ho avuto un’infanzia meravigliosa perchè sono cresciuto in mezzo agli animali, alla natura, in un contesto agricolo. Credo che la mia genetica e l’ambiente siano stati fortemente condizionati nella passione verso tutto quello che è il mondo animale. Mi piace essere considerato un osservatore. Voglio osservare molto e dare una risposta, traendone nuove esperienze. Diciamo che affronto questo percorso con un atteggiamento olistico. Tutto questo è stato poi alla base per lo sviluppo del progetto incentrato su questa tecnica di potatura innovativa, che ha consentito alle piante di essere più rispettate da parte dell’uomo e di costruire un viaggio più rispettoso tra uomo e pianta, più dal punto di vista dell’uomo verso la pianta. Quando è coltivata ed addomesticata, la pianta subisce sempre un condizionamento da parte dell’essere umano, le conseguenze possono essere piuttosto pesanti per la sua salute, per le performance produttive, qualitative, per la longevità. Sono partito dall’osservazione, ovvero come reagiva la pianta.
Qual'è la molla che ha fatto innescare il progetto?
All’inizio non avrei mai pensato che questo sarebbe potuto diventare un mestiere. Mi sono incuriosito dalla reazione che la pianta aveva alla potatura attraverso il disegno. Sono sempre stato un appassionato di disegno. Disegnavo animali, mi piacciono in particolare cavalli, vacche, pecore, capre. Da piccolo volevo fare il veterinario, e poi disegnavo alberi, alberi di alto fusto, mi piaceva la maestosità, mi ha sempre affascinato. Quando ho cominciato a lavorare al Consorzio Vini Collio nel 1988, non ero più di tanto gasato, anche perchè mi sentivo più portato alla zootecnia, come idea. In realtà quando ebbi questa opportunità, ho iniziato a disegnare la pianta della vite. Mi sono accorto che nelle piante erano presenti spesso queste ferite, piaghe inferte dalla potatura e mi sono chiesto che cosa ci fosse dentro, perchè ad un certo punto la pianta che disegnavo non mi sembrava in particolare forma, era piuttosto debilitata. Allora chiesi a un viticoltore come si potesse guardare all’interno della pianta, quasi come eseguire un’autopsia, e gli chiesi se avessi potuto estirparla per analizzarla, perchè mi sembrava molto debole, quasi in fin di vita. Lui mi rispose di si e a questo punto la portai subito da un mio amico falegname chiedendogli di sezionarla in lungo. Quando la aprimmo tutti e due rimanemmo sorpresi da quello che trovammo all’interno della vite. Tantissimo legno morto, secco, molto legno spugnoso e una piccolissima quantità di legno bianco, cioè vivo. Non ci potevo credere: e mi son chiesto tutto questo è causato della potatura? Cioè noi tutti gli anni invece di aiutare la pianta a stare meglio, a produrre, a far si che sia sostenibile nell’ambiente e nel luogo in cui vive, la deperiamo sempre di più mutilandola? E li mi è partito un embolo: ho voluto capire se ci fossero una o più soluzioni per aiutare la pianta. Ma mai avrei pensato di diventare poi un maestro di potatura. Di mettere in piedi la prima scuola italiana di potatura della vite, di andare a lavorare per le più importanti aziende italiane e mondiali, di mettere in piedi un gruppo di una trentina di persone che vanno in giro a portare questo lavoro in tutto il mondo e di creare l’Accademia.
Un percorso lungo e pieno di insidie. Credo che non sia stata proprio una passeggiata
In realtà siamo stati anche fortunati, grazie ad alcune persone che ci hanno cambiato la vita professionale. Per esempio quando mi accorsi che avevo intuito qualcosa di importante, dopo lunghi ed estenuanti viaggi alla ricerca di nuove piante della vite da analizzare, da studiare nel loro invecchiamento. Qui trovai il sostegno da viticoltori come Mario Schiopetto, Nicola Manferrari, Venica e molti altri all'interno del Consorzio Collio. In quel momento avevo bisogno di fiducia perchè non ero ancora arrivato al dunque, cercavo confronto e consigli, non avendo ancora chiuso il cerchio. Ad un certo punto quando pensai che ci fosse qualcosa di concreto, cominciai a consultare i miei ex professori, andai dai luminari in materia di viticoltura di quel tempo. Non ci considerarono molto, anzi mi guardarono in modo molto strano, perché secondo loro era un argomento poco interessante. Non c’era business. Il potatore o chi andava in vigna a potare, non era mai visto come l’enologo, una persona che aveva studiato, che era preparata su quell’argomento, ma qualcuno che nel periodo della potatura era stata messa lì per eseguire, senza tante consapevolezze o conoscenze.
Ad un certo punto, però, la famosa lampadina si accese?
Fu il professore Attilio Scienza dell’Università di Milano che si dimostrò interessato e dopo un po di anni comunicò a molte aziende italiane che questo metodo poteva assolutamente aiutare le piante a combattere i deperimenti. Nel 2005 potei cominciare contemporaneamente quest’esperienza con Bellavista, Ferrari e Gaja. In quel momento pensai che questo poteva diventare un vero e proprio lavoro. Non mi ero mai posto quest’obiettivo, era una mia curiosità una mia passione, mentre stavo svolgendo il mio lavoro al Consorzio Collio. Poi cercai aiuto su questo progetto e chiamai Pierpaolo Sirch, con cui ho condiviso le medie al “Paolo Diacono” di Cividale e all’Istituto Agrario, e siamo partiti assieme per questa avventura. Siamo soci, amici e condividiamo tutte le iniziative.
In seguito arrivò anche la svolta in campo internazionale?
Un altro importante protagonista di questa storia è stato il professore di enologia e di viticoltura dell’Università di Bordeaux Denis Dobourdieu. Abbiamo fatto tanta fatica in partenza, abbiamo cercato in tanti modi di essere presenti, di proporci ai congressi ai convegni, giravo con questi sacchi pieni di viti sezionate e mi guardavano molto strano. Mi ricorderò sempre che ero in crisi, non avevo dei feedback, perchè dicevano chi è questo matto che viene a parlare della potatura, delle conseguenze della potatura con questi sacchi con le vite sezionate. Il professor Dobourdieu, invece, un giorno a Bolzano mentre stavamo svolgendo uno speach ad un congresso, mi disse: guarda noi abbiamo un grande problema a Bordeaux, abbiamo una varietà il cabernet sauvignon, varietà principe del Medoc in particolare, che ha una sensibilità alle malattie del legno incredibile. I miei ricercatori dell'Università Inrae sono vent'anni che cercano delle soluzioni, in realtà ad oggi non abbiamo nulla in mano. Credo che dobbiamo rimettere nelle mani dei viticoltori il saper fare della potatura per poter prevenire le conseguenze di queste patologie. Queste patologie dipendono dai funghi che entrano attraverso le ferite e le piaghe e poi vanno in qualche modo a degradare il legno fino a portare la pianta alla morte. Mi chiamò a Bordeaux, era anche proprietario di quattro, cinque castelli con la sua famiglia. Andai a casa sua a Chateaux Renault e ci fu immediatamente un feeling speciale, lui diceva una cosa e io la pensavo alla stessa maniera. Mi chiese: mi puoi dare una mano, vorrei provare a casa mia come si fa a fare questa cosa. Io ne fui entusiasta e lui a questo punto mi domandò cosa volessi, quanto dovesse remunerarmi. Gli risposi nulla, solo il vitto e l'alloggio in cambio e la possibilità di stare su Bordeaux e poter anche vedere le altre situazioni in zona, nel bordolese, visto la sua grande stima e conoscenza della regione stessa e delle altre aziende. Sai, entrare con il suo lasciapassare e la sua credibilità, per un italiano che veniva a parlare di un argomento così misterioso, è stata una fortuna immensa. E poi sai cosa fece il professore Dobourdieu alcuni mesi dopo? Organizzò un incontro con i top produttori del bordolese all'ISVV (L'Istituto Scienze della Vite e del Vino), perchè mi chiese, dopo che furono passati alcuni mesi di studio, (io e lui ci confrontavamo ogni giorno), di presentare quello che io avevo visto a Bordeaux e quello che era il mio pensiero su come si poteva agire per prevenire, per migliorare, per evolvere questa situazione. Non ti nego che questo incontro non me la dimenticherò mai per tutta la vita, ero in questa sala con questi produttori blasonati. Dopo un po' di tempo gli stessi produttori chiesero a Denis “senti quell'italiano puoi chiedergli se può venire a fare una giro nelle mie vigne?”. Denis era propositivo, era lui che gli diceva: allora avete le viti che muoiono, vogliamo fare qualcosa, state perdendo soldoni, qualità nel vino, perchè dobbiamo ripiantare viti giovani in mezzo alle viti vecchie che muoiono, non abbiamo soluzioni alternative. Lui spinse tantissimo, oggi la Francia è il nostro primo mercato.
Di che anno si parla?
Nel 2011. Poi da li è scoppiato il mondo. La risonanza di lavorare in questi grandi castelli conosciuti in tutto il mondo ci ha rimbalzato immediatamente in California, in Oregon, in Sud Africa, in Australia, in Nuova Zelanda.
Alessandra con Francesco assieme a Marco Simonit nel Barber Shop targato MPBS.
Tu ci hai sempre creduto
All'inizio ci credevo da matti. Quando ho capito che si poteva fare qualcosa non ho mai mollato, anche se non ti nego che è stata molto dura. All'inizio mi ridevano. Come diceva Shopenauer, se fai qualcosa di rivoluzionario, in partenza la gente di deride, ti guarda strano, ti dice “questo qua xe matto”, dopo ti osservano se tieni duro e poi ti copiano. Perchè noi siamo comunque entrati dalla porta principale nelle più grandi aziende del mondo, dove pochi italiani avevano la fortuna di poterle solo visitare. Noi invece eravamo pagati da Moet Chandon, da Latour, Roederer, Madame Leroy, Chateau D'Yquem, eravamo a lavorare dentro. Tanti ci hanno seguito e copiato. Il mio istinto mi diceva di andare avanti.
Perchè un'azienda dovrebbe, e quanto dovrebbe investire, nella formazione?
La formazione è fondamentale, perchè vuol dire crescita, fornire alle persone che lavorano la possibilità di acculturarsi, per consentire di lavorare meglio, di essere più consapevoli, più sereni. La consapevolezza e l'autostima sono importanti. Se hai una buona formazione, acquisisci tutto ciò nel tempo e puoi valorizzare meglio il tuo lavoro. Nel nostro caso ci siamo concentrati su chi lavora nei vigneti, così facendo abbiamo anche contribuito a dare un valore ad un mestiere che era fortemente sottostimato. Oggi ritorna ad essere importante e alla pari con le altre figure che ruotano attorno al mondo del vino. Gli abbiamo ridato dignità.
Quanto è importante che il team recepisca l'importanza della formazione?
Nel momento in cui ti apri e cominci a formarti, capisci che c'è un'evoluzione costante, la formazione è una cosa dinamica, non è statica. Quindi, quando ne diventi consapevole non puoi che autoalimentarti con la formazione, ne senti il bisogno. Tutti noi sentiamo la necessità di continuare ad imparare, soprattutto se fai un lavoro specialistico, dove le cose cambiano, bisogna adattarsi, seguire le novità, continuare a crescere, bisogna evolversi. Se non cominci mai, non ne senti il vero bisogno, quando entri dentro non ne puoi più uscire. Vuoi un esempio? Nel 2009 quando assieme al mio socio Pierpaolo eravamo gli unici a voler aprire la prima scuola di potatura in Italia, tutti hanno detto no, perchè regalare il sapere, l'esperienza, devi farti pagare per il tuo sapere dalle aziende. Ma quello lo facevamo già. Avevo intuito che la condivisione del sapere poteva sviluppare nuovo sapere. E ad oggi, partendo nel 2009 con le prime due scuole di potatura italiane aperte da noi, creando sinergie prima con l'Università di scienze gastronomiche a Brà e poi coinvolgendo i professori dell'Università di Firenze a parlare di fisiologia, morfologia e patologia delle malattie del legno delle viti, abbiamo formato oltre 5.000 persone. Da li sono partite altre iniziative all'estero, come in Uk, pre Covid, abbiamo aperto la prima Pruning School presso il Plumpton College, in Germania abbiamo aperto la Pruning School con l'Università di Geisenheim, la prima a Napa Valley College in California, in Sudafrica con l'Università di Stellenbosch. C'è stata sempre questa grande voglia di condividere e questo ci ha sempre dato molto, non solo in termini di prestigio ma soprattutto di informazioni. Perchè le persone hanno sempre qualcosa da portare a livello di esperienza, vengono ad imparare ma portano esperienze. Quelle esperienze ti arricchiscono. Oggi nel mondo che conta, nel mondo professionale, nel mondo dei grandi brand, cercano specialisti per risolvere e per migliorare le diverse situazioni, ma lo specialista si presuppone abbia una conoscenza profonda, millimetrica dell'argomento in modo tale che ti possa aiutare a crescere. Il nostro metodo ha dei principi che possono essere adattati alle diverse forme, alle diverse situazioni, il nostro metodo presuppone anche la capacità di rispettare le diversità ed interpretarle per cercare un'evoluzione al suo interno. Non avrei mai detto avete sbagliato tutto quando Roederer ci ha chiamato nel 2012, perchè aveva dei problemi sullo chardonnay e anche un po sul pinot nero. Non è che sono andato li con una soluzione di fronte a secoli e secoli di storia dello champagne. Gli ho semplicemente detto che ho bisogno di osservare, di capire e poi vediamo se potrò trovare qualche soluzione adeguata e inserita nel vostro contesto. E cosi che noi facciamo, e questo che secondo noi fa la differenza: possiamo interpretare le diverse situazioni non omologandole, conoscendole, andando in profondità e costruendo soluzioni su misura.
Cosa è cambiato dal primo lockdown nel mondo della formazione
Marco Simonit intervistato nel Barber Shop MPBS da Marco Treu
Nel nostro mestiere, abbiamo sempre lavorato in presenza. La consulenza e la formazione presuppongono il tema della presenza, come la stessa scuola di potatura. Anche se da tempo avevamo in mente di progettare una piattaforma digitale, un qualcosa che potesse accomunare le persone che lavorano in questo settore: riunire i potatori, i lavoratori della vigna, tutti coloro che svolgono lavori manuali in vigna, in una grande casa, dove si potessero ritrovare, ricevere e portare esperienza. Durante il primo lockdown abbiamo deciso di investire tempo e risorse per creare la prima piattaforma digitale mondiale, interamente dedicata alla formazione sulla potatura della vite. Era un progetto in essere, ma non avevamo mai avuto il tempo per fermarci e svilupparlo, scegliere i consulenti adatti per progettarla e realizzarla, gli specialisti da coinvolgere nelle attività didattiche. Non sapevamo da che parte iniziare e il lockdown ci ha regalato il tempo per farlo e abbiamo realizzato la Vine Master Pruners Academy, che oggi a distanza di un anno (15 gennaio 2021) ci sta dando moltissime soddisfazioni: 8.000 persone iscritte, più di 150.000 visite. Anche qui il percorso è in evoluzione, l'obiettivo è quello di creare il Vine Master Pruner, e mi sono un po' ispirato al Master of Wine. L'idea è quella di creare un percorso a tappe, scolastico, dove si fanno le cose progressivamente, fino ad arrivare, passando i livelli, nel tempo, dopo alcuni anni, a diventare un VINE MASTER PRUNER. Abbiamo avuto richieste da oltre 40 paesi in tutto il mondo, credo che ad oggi abbiamo venduto più di 550 corsi, un grande risultato visto il poco tempo di operatività. Abbiamo voluto costituire anche delle aree di experience aperte, l'Academy cafè, una sorta di forum dove chi è iscritto può chattare e incontrare colleghi e scambiarsi foto, video, informazioni ed è possibile anche consultare l'area scientifica curata dal professore Alain Deloire.
La formazione è un processo necessario per costruire il domani. E' veramente fattibile condividere il sapere per metterlo a disposizione di tutti. Come si evolverà il mondo della formazione.
Abbiamo vissuto degli anni dove era difficile includere e condividere se non in un ambito molto ristretto. Internet ha cambiato la vita a tutti, con vantaggi e svantaggi, con diverse sfumature, ma la cosa bella attraverso la rete è che si possano acquisire esperienze, conoscenze, percorsi formativi che prima era difficile portare avanti, anche nell'aspetto logistico. La formazione per quanto ci riguarda deve sempre avere un'integrazione tra parte pratica e teorica, dove questa contaminazione deve rimanere in equilibrio, dobbiamo sempre tenere i piedi sulla terra e allo stesso tempo avere una base digitale, per poter continuare a dare e ricevere esperienze e a far crescere questa comunità nel mondo. Oggi con i mezzi a disposizione, l'evoluzione è abbastanza rapida, la formazione continuerà a crescere, ma non dimentichiamo mai di contaminarci.
Intervista a cura di Marco Treu.
Fotografie di Loredana Bensa.